Rimani sempre aggiornato sulle notizie di meilogunotizie.net
Diventa nostro Fan su Facebook!

Thiesi, "Sa die de s'atacu"

| di A cura di Salvatore Tanca e Giovanna Colombo*
| Categoria: Storia
STAMPA
Mastr'Ànghelu

Inquadramento storico

Agli inizi del secolo XVIII l’Europa era sconvolta dalle guerre di successione spagnola conclusesi con i trattati di Utrecht, Rastadt e Londra. Nel 1708 la Sardegna passò sotto la dominazione austriaca. Nel 1717 una flotta spagnola costrinse gli austriaci ad abbandonare l’isola che venne aggiudicata in cambio della Sicilia a Vittorio Amedeo II di Savoia. Tali mutamenti non cambiarono le condizioni dei sardi poiché i feudatari si sottomisero ai nuovi padroni, i quali non avevano minimamente concepito le differenze culturali ed economiche che la Sardegna aveva rispetto al Piemonte.

La situazione di Thiesi

Agli inizi del secolo XVII il feudo di Thiesi fu ereditato da Donna Evilla Manca i cui discendenti abitarono a Thiesi, nel vecchio palazzo ducale, per oltre un secolo. Nel paese si registrava una condizione di miseria dilagante ed un’alta mortalità minorile, i delitti erano all’ordine del giorno, per cui nessuno si sentiva sicuro in casa propria.
Gli abusi dei feudatari,  a Thiesi come nel resto dell’isola, divennero sempre più insopportabili, ma anche in Sardegna, dalla vicina Corsica stavano penetrando le idee di libertà e di uguaglianza della rivoluzione francese.

Fermenti antifeudali

Da Thiesi e dalle altre ville del marchesato di Montemaggiore si levavano proteste contro le vessazioni del duca Don Antonio Manca, personaggio prepotente e stravagante, che pretendeva l’incensata quando entrava in chiesa e che i vasalli gli facessero da sgabello con la schiena quando doveva montare a cavallo o semplicemente riposarsi. Si racconta che una volta il Duca, comandò al vassallo Sebastiano Dore di chinarsi a terra per fargli da sgabello. L’ordine toccò l’animo del fiero villico che non potendo soffrire l’oltraggio, estratto un pugnale esclamò:  “sedete qua sopra”.  
Il 1789 fu un anno di particolare siccità e carestia. Il consiglio della comunità si rivolse al Vicerè ed al Governatore di Sassari perché intervenissero presso il duca per convincerlo ad essere più clemente nell’esalazione dei tributi. Il Duca invece, inviò immediatamente i suoi esattori costringendo a pagare anche i sacerdoti, fino ad allora esenti.  Il giorno successivo, dieci sacerdoti tiesini, guidati da don Antonio Sanna, organizzarono delle messe in suffragio delle anime purganti per invocare il loro aiuto contro le vessazioni del Duca. Tale atto costò al Sanna una dura condanna che, anziché placare l’animo in fermento dei villici, causò il crescere del loro fervore rivoluzionario.

La ribellione

Nel frattempo un importante movimento antifeudale, con idee antimonarchiche e rivoluzionarie capeggiato dall’avvocato Giovanni Maria Angioy, si stava organizzando a Cagliari e Sassari, diffondendo in tutta l’isola manifesti nei quali denunciava la miope visione sociale e politica dei sovrani, ed incitava i vassalli a ribellarsi rifiutando di pagare i tributi. Il villaggio di Thiesi fu il primo che assecondando tali scritti rivoluzionari manifestò la volontà di non pagare detti diritti.
Intanto si stava delineando una situazione di contrasto tra il Vicerè Vivalda ed il governatore del capo di Sassari  Santuccio, in quanto il Vicerè aveva chiesto con un pregone del 10 Agosto 1975 ai consigli comunitari di segnalare i soprusi dei feudatari. Tale atto infastidì i feudatari e con essi il Santuccio che sconfessò l’operato di Vivalda. I vassalli chiaramente si trovarono subito d’accordo con il Vicerè contro il governatore.  Angioy convinse allora Vivalda ad emanare un pregone di condanna del Santuccio e a nominare tre commissari da inviare nel capo di sopra per far luce sui fatti che stavano accadendo e con l’incarico ufficiale di divulgare l’ultimo pregone viceregio.  Tra questi si distinse Francesco Cilocco, abile oratore che incitò le popolazioni contro i feudatari. A Thiesi  divulgò il pregone del vicerè parlando alla folla dalla finestra della casa Flores. I tiesini incitati dalle sue parole si riversarono verso l’odiato palazzo del Duca demolendolo quasi completamente.

Il Patto Antifeudale

Il 24 novembre 1795 le comunità di Tiesi, Bessude e Cheremule, stipularono un patto contro il regime feudale chiedendone esplicitamente l’abolizione. Il patto era rivolto contro i feudatari e il governatore di Sassari Santuccio, ma veniva giurata obbedienza al Vicerè. Questo patto di alleanza fu un autentico atto di coraggio e servi da esempio per altri villaggi.
Il Santuccio chiese al Vicerè di intervenire per stroncare i disordini ma Il vicerè non gli rispose neanche.
Intanto il Cilocco, terminata la sua missione nel capo di sopra fu incitato dai villici dei vari villaggi ad entrare anche a Sassari dove si annidavano tutti i feudatari al sicuro dalle intemperanze. Il Cilocco non si fece pregare e a capo di una moltitudine di armati che lungo il percorso si andava ingrossando (pare fossero 13000) si diresse a Sassari, distruggendo tutti gli orti e gli oliveti  dei feudatari  e giungendo in città il 28 Dicembre. Dopo sette ore di Battaglia il Santuccio ordinò la resa.
Intanto a Thiesi il palazzo del Duca fu nuovamente preso d’assalto.

Verso la Repressione

Il Vicerè Vivalda, dopo i primi entusiasmi per la conclusione della missione dei suoi delegati nel capo di Sopra, cominciò a temere che il furore antifeudale potesse estendersi anche a Sud, trasformandosi in movimento anti-istituzionale, decise cosi di affidare a Giovanni Maria Angioy, il compito di ristabilire l’ordine nel capo di sopra.  Giunto a Sassari Angioy, scortato da una marea di cavalieri e villici a piedi, fu accolto trionfalmente. I feudatari, cercarono di screditarlo mettendogli contro proprio quei villici che lo avevano acclamato, assoldando persone che fecero circolare voci circa le sue intenzioni, dipingendolo come uomo subdolo, che aveva l’intenzione di riportare le genti del capo di sopra sotto la soggezione di Cagliari.  Intanto a Thiesi, il 17 marzo 1976, venne stipulato un altro patto antifeudale da parte di 32 villaggi. Il Vicerè Vivalda pretese da Angioy maggior energia per placare i tumulti e gli ordinò di riscuotere i tributi anche con la forza. Angioy si rifiutò e si mise a capo delle comunità strette dal patto antifeudale, ma giunto ad  Oristano scortato da cavalieri delle varie ville, fu destituito dall’incarico dal Vicerè. Constatato il fallimento dell’impresa e temendo che si istruisse un processo contro di lui, partì in esilio a Parigi. Le truppe del Vicerè intanto erano giunte a Thiesi dove il consiglio comunitativo fu costretto a giurare fedeltà al sovrano. In tutto il Logudoro fu instaurato un regime di terrore, tanto per le scorribande delle truppe regie, quanto per il ritorno dei feudatari, avidi di rivincita e vendetta.  Il sovrano, che a Torino aveva altre gatte da pelare, non si interessò della questione sarda e lasciò dunque nuovamente pieni poteri ai feudatari, i quali continuarono  a torchiare i vassalli. La carica di Vicerè era intanto passata a Carlo Felice e quella di governatore di Sassari al fratello  Benedetto Maria Placido Conte di Moriana.

La repressione “S’annu de s’attaccu”

Dopo il suo insediamento, il conte di Moriana iniziò una serie di visite ai villaggi rendendosi conto dello stato di miseria dei vassalli e della opprimente vessazione dei feudatari. Emanò cosi un pregone dettando norme sulle modalità da seguire nella riscossione dei tributi, con lo scopo di tranquillizzare le popolazioni e placare gli abusi dei baroni. I feudatari però si rifiutarono di dare applicazione al pregone viceregio. In questa situazione si distinse il Duca Manca che ordinò ai suoi agenti di riscuotere tutti i diritti, legali e non, presenti e passati. I vassalli tiesini, istigati dai sacerdoti, si rifiutarono di sottostare a questo  nuovo arbitrio del Duca e la notte tra il 22 e il 23 settembre organizzarono una manifestazione di protesta davanti alla casa del sindaco chiedendo un suo intervento contro le pretese del duca. Il giorno seguente il sindaco informò il Vicerè dei fatti accaduti, confermando la ferma determinazione del popolo di rifiutarsi di pagare i diritti signorili. Il conte di Moriana convocò immediatamente a Sassari il sindaco ed il consiglio comunicativo e promise alla delegazione che sarebbe intervenuto contro il Duca dell’Asinara. I tiesini, che avevano aspettato in armi e sul piede di guerra il ritorno dei loro delegati, venuti a conoscenza delle promesse del governatore non se ne convinsero e si persuasero che qualcosa di losco si stava tramando alle loro spalle, perciò si tennero pronti ad ogni evenienza, consapevoli che dati i loro trascorsi non l’avrebbero fatta franca. I loro timori si dimostrarono fondati: in una lettera inviata da Sassari dallo studente Schintu di Bessude, il sacerdote don Antonio Sanna  fu informato che il governatore stava segretamente organizzando una spedizione punitiva contro Thiesi e che gli armati sarebbero giunti il 6 ottobre, con il compito di distruggere ed annientare il villaggio.
Il contenuto della lettera si diffuse anche ai villaggi vicini e si iniziarono ad approntare le fortificazioni e ad organizzare la resistenza. Bessude inviò 150 armati, Banari  altri 150. Tiesi riuscì ad organizzare 500 uomini. A difesa del villaggio si trovarono quindi 800 uomini armati.
Il conte di Moriana aveva affidato il comando della spedizione al cav. Grondona e segretamente aveva inviato un rapporto a tutti i capitani dei miliziani del capo di sopra perché si mettessero in marcia verso Thiesi, informandoli anche che avrebbe concesso amnistia a tutti quei banditi che avessero partecipato. 
L’armata partì da Sassari alle 19:30 del 5 ottobre 1800, per tutta la notte accorse gente in armi verso il punto di concentramento. Sul far dell’alba si ritrovarono in 1500, in massima parte banditi aggregatisi alle truppe regolari con l’illusione dell’amnistia. Verso le sette del mattino del giorno 6 ottobre si mossero verso Thiesi. Il paese, difeso da 800 uomini, si preparò ad impedire il saccheggio con ogni mezzo.
Tra i difensori ci fu anche il ferraiolo Mastro Francesco Angelo Santoru (Mastr’Anghelu) che, nonostante avesse le gambe paralizzate e si muovesse su una sedia a braccioli, volle partecipare all’impresa mettendo a disposizione le sue doti di tiratore scelto. Appostato sul campanile attese il nemico con l’odio nel cuore, pronto al segnale.
Il Grondona, fece rullare i tamburi per intimare la resa, ma i villici risposero con una fragorosa salve di fichi e insulti. Fu quello, l’inizio delle ostilità. Le truppe inferocite si scagliarono contro i trinceramenti tiesini. I piani del Grondona furono messi a dura prova a causa del fuoco che gli giungeva alle spalle ad opera di una pattuglia di venticinque cheremulesi accorsi in aiuto. Il Grondona, preso di mira da Mastr’Anghelu, fu lievemente ferito alla spalla (S’archibusada de Mastr’Anghelu).
Il contrattacco fu immediato, selvaggio e violento, i villici, caduta ogni speranza di difesa, si rifugiarono nelle case e nella chiesa parrocchiale continuando la sparatoria. In breve il villaggio venne però inondato da uomini inferociti che saccheggiarono le case e appiccarono un fuoco che si spinse verso il centro. I tiesini non sembravano volersi fermare. Alcuni sostennero dal campanile un fuoco vivissimo per ore, ma alla fine furono costretti ad aprire le porte della chiesa e a consegnare i fucili. Furono arrestati in ventitre. Le truppe regolari cessata la resistenza si ritirarono verso Sassari lasciando però il paese in mano ai banditi arruolati per l’occasione, i quali sfondarono gli usci delle case, razziarono tutto ciò che era possibile razziare, usarono violenza sulle donne che cercarono di difendersi con bastoni e spiedi.
Tutto il villaggio fu tristemente ammantato di lutto, non solo per le violenze e per le grassazioni subite ma anche e specialmente perché nell’eccidio perdettero la vita 14 persone, 34 rimasero ferite (due di queste morirono nei giorni seguenti) e furono incendiate quasi totalmente 18 abitazioni.  
Mentre Thiesi seppelliva i suoi morti, il conte di Moriana nominava un consiglio di guerra per giudicare i responsabili della resistenza del 6 ottobre.
Tutto il clero di Thiesi coinvolto nello scandalo venne completamente scagionato, diversa fu la sorte per alcuni dei villici arrestati, che furono impiccati il 27 febbraio 1801 sulle forche di “Mesu e Giagas”, altri ancora furono condannati alla galera. Molti si dettero alla macchia. Ad un anno circa dai moti rivoluzionari, il Re Carlo Emanuele IV concesse ampia amnistia ai capi rivoluzionari ancora latitanti. Ma questi, poco convinti dell’atto di clemenza rimasero uccel di bosco, vagando per tutta la Sardegna e vivendo del commercio di derrate alimentari. Fu in questo periodo che iniziarono le prime intraprese commerciali dei tiesini.
Si chiude cosi un tristissimo capitolo di storia che a Thiesi è costato tanto sangue e le cui conseguenze i paesani si trascineranno a dosso per molti anni.
Il 28 ottobre 1802, maledetto dalle popolazioni del Logudoro, moriva a Sassari il carnefice di Thiesi conte di Moriana, mentre il 16 gennaio 1805, pare per un indigestione di tordi, morì l’arrogante Don Antonio Manca, Duca dell’Asinara e signore di Thiesi, chiudendo cosi la pagina più triste della storia del nostro paese.
Con l’editto del 21 Maggio 1836 veniva soppressa la giurisdizione feudale, liberando il popolo sardo da un giogo plurisecolare.

*riassunto tratto da "Thiesi, villa antifeudale" di Gavino Palmas e diffuso nelle scuole

A cura di Salvatore Tanca e Giovanna Colombo*

Contatti

redazione@meilogunotizie.net
mob. 389.8213416
Accedi Invia articolo Registrati
Cittanet
Questo sito utilizza cookies sia tecnici che e di terze parti. Continuando la navigazione acconsenti al loro utilizzo - Informativa completa - OK