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Julia Carta di Siligo: Strega, maga, donna.

Recentemente il Comune di Siligo ha provato per ben due volte ad intitolarle una via

| di Francesca Arru
| Categoria: Storia
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SILIGO. A sentirla pare una leggenda d’altri tempi , dal sapore di terre lontane. Ma la storia di Julia Carta, la “Strega di Siligo” processata per ben due volte dalla “Santa” Inquisizione nel XVII secolo, ha un copione tristemente noto, troppe volte sperimentato sulla pelle  di donne che hanno vissuto in epoche e luoghi distanti fra loro.

Unico filo conduttore la superstizione:  maleficio – questo sì – sempre duro a morire, in saecula saeculorum.

Julia era nativa di Mores, ma sposò a Siligo un contadino, vedovo e con un figlio a carico. Da lui ebbe sette figli, di cui sopravvisse solo uno, il piccolo Juan Antonio, che seguì la mamma nelle segrete del Castello Aragonese di Sassari, durante la sua detenzione.

La donna conduceva un’esistenza umile, analoga a quella delle sue contemporanee: cuciva, filava, si occupava della famiglia e della casa, ma in lei brillava una scintilla, una peculiarità che, ben presto, accese la sua fama nel piccolo centro del Meilogu, donandole una diffusa popolarità. Sua nonna le aveva insegnato a conoscere e utilizzare le erbe curative, a costruire amuleti contro il “Male”, a predire il futuro con diverse tecniche divinatorie. In parole povere Julia, indovina e guaritrice, si era guadagnata fin da giovane la nomea di  “Strega”. Nonostante avesse dedicato fino a quel momento la propria esistenza alla cura e all’assistenza di malati e persone in difficoltà, senza mai chiedere nulla in cambio, quella donna iniziò a fare paura, e da temuta e rispettata che era cominciò ben presto ad essere invidiata e malvoluta. Forse perché, prima ancora di essere una “Strega”, Julia era libera: girava sola, si confrontava con i gitani che ogni tanto vagavano per i paesi limitrofi, confrontava con essi le arti e le pratiche esoteriche, aveva doni che la rendevano indipendente. Libera perfino dai rigidi dettami imposti dalla Chiesa, se per lei liberarsi la coscienza non significava necessariamente confessarsi, ma semplicemente fare un buco nel terreno, coprirsi con un lenzuolo e auto-assolversi.

A non darsi pace, fin quando non trovò capi di imputazione sufficienti ad incriminarla, fu il parroco di Siligo, Baltassar Serra y Manca, che era anche Commissario dell’Inquisizione. Coadiuvato da una serie di compaesane (tutte donne, che compaiono negli atti del processo: Barbara de Sogos, Jagomina Zidda, Jagomina Enna, Joana Pinta, Joana Seque Malizia ed altre), gettò su Julia Carta l’ombra della Stregoneria, accusandola di praticare Magia Nera e malefìci, in particolare arrivando a causare la morte di una donna, che in realtà aveva curato ma che era in seguito deceduta proprio a causa di un male incurabile.

Così nel 1596 Julia, all’età di 35 anni, finì per la prima volta davanti al Tribunale dell’Inquisizione, a Sassari. Per un anno, fra il 1596 e il 1597, venne ripetutamente torturata, per spingerla alla confessione di colpe non commesse. Colpe che, stremata dal dolore e dalla stanchezza, ammise: sì, era una “hechizera”, una “fattucchiera” , avvezza ai malefici e alla stregoneria, addirittura venne portata a confessare di avere rapporti carnali con il Demonio. Fu condannata ad una pena di tre anni, con l’obbligo di indossare il sambenito – un abito penitenziale che rappresentava l’esclusione sociale per chi lo portava e per tutti i suoi familiari – con il monito di non “ricadere nell’errore”.

Invece venne accusata nuovamente di stregoneria, e dovette affrontare un nuovo processo, fra il 1604 e il 1606. Scampò una seconda volta alle fiamme del rogo inquisitorio e, dopo un ultimo scritto del 1614 in cui si menzionava il suo nome, di Julia si persero le tracce definitivamente. Di lei si sono smarrite le sorti, perdute forse, come quelle di tante altre donne. Più che bruciata viva, è bello immaginarne un’uscita di scena  sfumata, in dissolvenza, proprio come una vera “bruja”, una Strega incolpevole del suo tempo.

Recentemente il Comune di Siligo, guidato da Giuseppina Ledda, ha provato per ben due volte ad intitolarle una via, ma la Commissione Toponomastica ha rifiutato, definendo Julia Carta una “truffatrice”, una figura deviata non meritevole di tante illustri attenzioni. Segno che la diffidenza verso tutto ciò che esce dal seminato dei precetti permeati di Cattolicesimo imperante è dura a morire, e le donne anti-convenzionali spaventano ieri come oggi.

Per approfondire l’affascinante figura di Julia Carta si può consultare il bel lavoro di Tomasino Pinna, docente di Storia delle religioni della facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Sassari, autore del libro (edito nel 2000) “Storia di una strega. L’Inquisizione in Sardegna. Il processo di Julia Carta”,  uno studio storico-scientifico frutto di una ricerca certosina condotta su antichi documenti raccolti a Madrid.

Francesca Arru

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