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Ultimi scavi a Mesumundu.

Sta per concludersi la terza Scuola estiva di archeologia medievale

| di Mauro Piredda
| Categoria: Attualità
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SILIGO. Il sole picchia forte a Mesumundu, ma gli scavi proseguono, almeno ancora per pochi giorni. E in attesa del pezzo finale che renderà la più ampia giustizia alle fatiche degli studenti e delle studentesse che – sotto la direzione del Prof. Marco Milanese - stanno dando il loro contributo alla mission della Scuola estiva di archeologia medievale di Siligo, ecco alcuni aggiornamenti, come promesso ai lettori di Meilogu Notizie.
Innanzitutto abbiamo avuto il piacere di sentire quel mix di ragioni ed emozioni degli studenti - una ventina in tutto - dell'Università di Barcellona. Nelle parole di Giulia Servera gli scavi come quello di Mesumundu sono «il miglior metodo per apprendere sul campo la storia del Medioevo». «Da noi - ha proseguito Giulia - gli scavi didattici esistono per il solo periodo preistorico, e per quanto riguarda il Medioveo ci limitiamo alle fonti scritte, considerate sufficienti».
Non solo Medioevo però: il sito di Mesumundu è un concentrato di diverse fasi storiche. Del sito romano sono emersi nei giorni scorsi un muro e una pavimentazione di cocciopesto - ben illustrati dal supervisore dell’area 2100 Matteo Pipia - la cui tenuta idraulica rimanda alle antiche terme.
Pochi passi più avanti e vediamo come la struttura termale sia stata utilizzata nelle epoche successive come cava di materiale da costruzione: insieme ad alcune tegole sconnesse di epoca romana sono state trovate delle ceramiche islamiche dell’XI secolo.
Testimonianze dello stesso periodo anche nel rinvenimento di alcuni frammenti ossei, maneggiati con cura dalla bioarcheologa Nikki Kelvin dell’Università di Toronto per non essere compromessi dal proprio Dna. Frammenti ossei anche sotto una grossa pietra adiacente la chiesetta bizantina. Per David Kelvin si tratta di massimo 4 o 5 persone tra adulti e ragazzi: «saranno gli studi di laboratorio a darci le informazioni esatte».
La novità è che vino alla chiesetta - a poca distanza dal sepolcreto di epoca bizantina - è emersa una nuova struttura di cui non si sapeva l’esistenza: «ad ora non ne conosciamo le funzioni - così Alessandra Deiana, supervisora dell’area 1300 - e neppure la sua estensione in quanto potrebbe andare oltre gli spazi interessati dai nostri scavi».
Nell’area di confine (la 2300 coordinata da Chiara Deriu) gli scavi hanno certificato che l’estensione del sito romano è meno vasta del previsto, mentre in prossimità del Rio Mannu (area 2500) «è emersa tutta una serie di strati che - come dettoci da Gianluigi Marras - sembrerebbero pavimentazioni per drenare umidità».
Ancora pochi giorni e avremo quella «carta d’identità del sito» promessaci dal Prof. Mianese. Continuate a seguirci.

Mauro Piredda

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