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Raffaele Mannoni dopo Mattarella al Quirinale: «L'esperienza Dc appartiene al passato, ma mi manca quel clima di sana competizione»

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«All’ultimo congresso della Margherita, anno 2007, Mattarella presiedeva e Renzi era un emergente. E poi Gentiloni, Giachetti, Lanzillotta, Franceschini, Zanda, Parisi, il portavoce di Renzi, Sensi, Maccanico, Zanone. Una riserva di classe dirigente che oggi assicura equilibrio, competenza, affidabilità. Una specie di cantera, il vivaio del Barcellona». Sono le parole di Francesco Rutelli, apparse sull'edizione di ieri del Corriere della Sera. E se quel vivaio (eccezion fatta per l'ex radicale) fosse una prosecuzione dell'esperienza democristiana che ha caratterizzato la prima repubblica? Elezione di Mattarella al Quirinale a parte, il 40% del Pd di Renzi alle europee, la tentazione del “partito della nazione” (con lo scopo di ricoprire quel vuoto politico apertosi nel 1993) e la marginalità della cosiddetta sinistra Pd parrebbero confermare una certa voglia di Dc nello scenario politico attuale. Abbiamo intervistato Raffaele Mannoni, esponente di primo piano della Dc thiesina prima e del Pd ora, già amministratore locale dal 1975 e sindaco dal 2000 al 2005.

Raffale, ti trovi d'accordo con il bilancio “vivaistico” di Rutelli?

Premetto che Francesco Rutelli non proviene dalla esperienza dei cristiano-democratici. Egli nacque politicamente alla scuola di Marco Pannella e di Emma Bonino, molto legati alla battaglie referendarie. Io mi formai alla scuola di Aldo Moro, Francesco Cossiga, Benigno Zaccagnini, Giovanni Marcora, Ciriaco de Mita, rappresentati in Sardegna da Pietrino Soddu, Beppe Pisanu, Nino Giagu Demartini, cioè la sinistra democristiana sarda. Come Moro e Berlinguer a Roma, la Dc sarda cercava a Cagliari l’incontro con il Pci, oltre che con Psi, Pri e PsD'Az, per dare alla Sardegna un governo autonomista (sto parlando del tentativo di Soddu del 1979). No, non sono d’accordo con la ricostruzione che fa Rutelli. Certo Sergio Mattarella proviene dalla Dc, ma a mio avviso il vivaio di cui parla Rutelli è l’Ulivo. Nel 1996 Prodi riuscì nel miracolo di unificare buona parte della sinistra con i cattolici democratici che rifiutarono il berlusconismo. Formatisi all’ombra dell’Ulivo, prima Franceschini, Del Rio, Enrico Letta, Zoggia, Soru, Zingaretti e poi anche Fassina, Civati, Boccia, Renzi, Serracchiani e tanti altri ragionano da dirigenti del Partito Democratico, non sulla base della provenienza. Tanto è vero che le differenziazioni, pur etichettate come sinistra e non sinistra, appaiono inadeguate a descrivere le posizioni. Infatti vediamo che Boccia e Civati si trovano molto d’accordo tra loro e poco d’accordo con Renzi. Il segretario si trova d’accordo con Orfini e con gli altri “giovani turchi” pur provenendo da vite vissute politicamente in maniera diversa. L’esperienza democristiana e quella del PCI appartengono al passato. Oggi quando parlo con molti giovani del Pd non vedo tra loro differenze dettate dal passato. Vedo soprattutto nei giovani sindaci del Pd la ricerca delle soluzioni comuni ai problemi della nostra società, dettate dai bisogni dei meno abbienti, delle famiglie monoreddito e senza reddito, dalla necessità di dare lavoro ai disoccupati ed ai cassintegrati, dalla difesa da assicurare agli anziani, ai disabili, agli immigrati.

Tuttavia l'ex sindaco di Roma imputa agli ex Ds l’errore di aver inteso il Pd semplicemente come “il quarto capitolo della loro storia (Pci-Pds-Ds)”.

Io considero normale che i sessantenni di oggi abbiano nostalgia delle appartenenze politiche della loro gioventù. Ma, appunto, si tratta di nostalgia, condizionata dai ricordi di quando si era giovani. Io ho sostenuto Bersani, quale segretario del Pd e quale primo ministro in pectore, senza alcun retropensiero. Se il Movimento 5 Stelle avesse valutato diversamente la proposta di Bersani (riforme insieme, nuovo progetto costituzionale, moralizzazione della politica, etc) oggi non saremmo qui a dividerci tra Civati, Fassina e Renzi. Il dover dare un governo al paese ha portato ad altro. Io non credo che gli ex Pci vivano il Pd come prosecuzione delle esperienze Pci-Pds-Ds. Vedo che molti di loro accolgono gli ex Dc, e viceversa, senza remore; dialogano, si confrontano ed emergono molti più punti di incontro che di scontro. Molti mi prendono in giro circa la mia frequentazione della Casa del Popolo. Rispondo mettendola sul ridere: “Perché pagare affitti per una sezione o un circolo di Partito se ne hai una gratis?”. Scherzi a parte mi trovo a mio agio nelle palestre dove si è praticata la democrazia. Il nome Partito della Nazione non mi affascina. Mi conquista il Partito Democratico, moderno partito europeo di centrosinistra, riformista ed innovatore. L’esperienza democristiana ha maturato in me la capacità di ascolto e di dialogo, di rispetto delle idee e delle posizioni degli avversari politici. Rimango esterrefatto per i giudizi che oggi si danno sugli avversari politici; si tratta di insulti, offese e maledizioni che io non rivolgerei mai a chi la pensa diversamente da me. Sono spaventato e preoccupato dalle espressioni che leggo su Facebook!

Cosa ricordi o vorresti trasmettere di quella esperienza? Com'era la realtà politica thiesina ai tempi della tua militanza nella Dc? Cosa ti manca e rivorresti oggi?

Vorrei appunto che tornasse la serenità del confronto, senza la necessità di urlare per avere ragione. Mi piacerebbe che l’elettore di Forza Italia parlasse con me senza dover dire ogni male, anche fisicamente, di Prodi o di Bersani, di Renzi o di Vendola. Allo stesso tempo, però, anche noi dobbiamo evitare di considerare come malfattori coloro che votano a destra. Chi è delinquente o corrotto lo è indipendentemente dalle proprie convinzioni politiche. Il rispetto delle posizioni altrui è premessa indispensabile per la convivenza civile. Nel 1975, quando iniziai a fare politica il clima si accendeva in campagna elettorale. Allora prevaleva l’ideologia di fronte a qualunque altro tipo di valutazioni. Una volta eletti, in Consiglio Comunale o in quello Provinciale, dopo le dovute discussioni capivi che sovente la tua posizione su un argomento interessante il tuo territorio era la stessa dei socialisti o dei comunisti. Chiarito questo si marciava uniti per la soluzione del problema. Spesso si beveva un bicchiere di vino insieme al termine delle riunioni. Oggi assisto al perdurare di rancori personali derivanti dalle campagne elettorali. Mi rattrista il guardarsi in cagnesco al termine delle riunioni. Oggi mi manca quel clima di sana competizione ma di reale amicizia e lealtà tra diversi che caratterizzava la politica di una volta. Mi manca l’ancoraggio degli eletti alla fiducia ricevuta dagli elettori sulla base di programmi e idee condivise. Mi stupisce la facilità con la quale si cambia partito.

Sei stato eletto consigliere comunale a Thiesi nel 1975. Nello stesso anno i comunisti conquistavano Banari, fino ad allora considerato un feudo democristiano. Gli scontri politici tra quei due grandi partiti erano anche scontri territoriali?

Nel 1975 il Pci era un tornado inarrestabile, in Italia, in Sardegna, a Sassari, a Banari ed a Thiesi. A Roma il segretario della Dc Benigno Zaccagnini riuscì nel miracolo di rilanciare il partito. A Thiesi, il segretario della Dc locale Antonio Serra, fece la rivoluzione. Propose alla assemblea dei democristiani una lista totalmente rinnovata, inserendo giovani e giovanissimi. Io ero il più giovane, appena ventenne. Le critiche si sprecarono: «una lista de pizzinnedos». Riuscimmo a battere la lista del Pci e a riavviare l’attività del Comune reduce da disavventure finanziarie di metà anni ‘70. A Banari invece la Dc era molto divisa. Vinse agevolmente Billia Pes, segretario provinciale del Pci, molto apprezzato e con lui si affermò tutta una classe dirigente che si dimostrò all’altezza della situazione e che governò per oltre 20 anni. Gli scontri politici non collimavano necessariamente con quelli territoriali. Gli scontri territoriali tra Thiesi e Bonorva, per esempio, non erano dovuti alla politica ma alle guerre di campanile. Ancora oggi scontiamo errori dovuti al campanile. Se avessimo ragionato come città-territorio anziché come distinzione tra 15 campanili forse oggi il Meilogu avrebbe meno problemi.

Abbiamo parlato di partito della nazione. Tornando a noi e ai nostri piccoli comuni, quale deve essere il ruolo di questi nell'attuale fase politica?

La Dc era il partito delle autonomia locali ed io ero convinto di quella scelta. Resto altresì convinto che i nostri piccoli paesi devono continuare a vivere ed operare. Credo tuttavia che oggi sia indispensabile accorpare molti servizi, per godere delle economie di scala possibili in molti settori e dei benefici finanziari previsti dalla Regione e dallo Stato. Mi chiedo: “è mai possibile che non riusciamo a fare un unico bando per gestire insieme la raccolta rifiuti? Quanto ci costa il restare divisi?”. E non sarebbe bello accorpare la gestione dei Servizi sociali, differenziando le figure professionali per specializzazione anziché avere la stessa figura paese per paese? I lavori pubblici, le manutenzioni, la cultura, possono, a mio modesto avviso, trovare ampi spazi di intesa con notevole risparmio di denaro e con qualità migliore. Riusciamo a metterci d’accordo nella identificazione di una area industriale territoriale capace di attrarre investimenti anche della grande industria, così da facilitare la creazione di posti di lavoro numerosi? La vera rivoluzione, quella che auspico fortemente, è di sentirci tutti componenti della stessa comunità: considerare mio il problema del conterraneo e considerare mio qualunque bene da lui raggiunto.

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