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11/07/2013, 15:37 | Di Mauro Piredda | Categoria: Storia

La "limba" proibita nella Sardegna del '700

da "Ritorneremo", una storia tramandata oralmente

Mentre prosegue il dibattito sulla lingua sarda, pubblichiamo un capitolo di "Ritorneremo", una storia orale tramandata oralmente e messa nero su bianco su un manoscritto da tziu Larentu Maresu di Banari. Il libro vede protagonisti due giovani innamorati, Matteo e Michela, che, nelle campagne del sassarese, sono a stretto contatto con l'arroganza dei proprietari terrieri e delle guardie sabaude. In questo capitolo la resistenza all'oppressore passa per la lingua dei sardi. Lo pubblichiamo per intero.


Tra i compagni di sventura

Michela continuava ad andare due volte la settimana alla casa rossa. Donna Maria la incoraggiava pur  spiegandole come erano fatte le leggi. Le spiegò che sarebbero passati tre o quattro mesi prima del processo. In quel lasso di tempo avrebbero potuto scoprire il ladro, ma non trovandolo Matteo rimaneva incriminato costretto a scontarsi un anno di prigione per complicità.
«Stai tranquilla Michela, andrà tutto bene. Don Pedru conosce i giudici del tribunale. Gli dirò di fare qualcosa per Matteo.»
Michela riprese il suo lavoro, sicura di non dover più avere a che fare con il figlio di Don Pedru, ormai andato via. Quando tornava a casa aiutava la mamma e ogni giorno aspettava notizie di Matteo, con la continua speranza della sua libertà.
Matteo era consapevole di essere accusato anche se gli indizi erano vaghi. Sapeva di poter avere una lunga prigionia, ma non riusciva a rassegnarsi di fronte a questa ingiustizia che c'era nel mondo. Giorno dopo giorno sentiva crescere dentro di se dei profondi istinti di ribellione.
Pensava al dispiacere di Michela e dei suoi genitori che potevano almeno vederlo una volta alla settimana. A Michela tutto questo non era neanche concesso.
Nella sua camerata erano in sei, tutti giovani ragazzi in attesa di giudizio, pastori e contadini, tutti condannati per violenza nei confronti dei loro padroni o delle guardie. Fra loro c'era un giovane studente di Sassari dal viso intelligente e furbo. Andava d'accordo con tutti i suoi compagni di sventura e anche lui spiegò il motivo per il quale si trova in prigione.
«Ogni mattina le guardie vanno nelle scuole. Controllano e perquisiscono con il fine di proibire l'utilizzo della lingua sarda. Una volta con gli altri studenti abbiamo organizzato una manifestazione. Le guardie sono venute contro di noi ma le abbiamo respinte a sassate. Dopo un po' sono venuti i rinforzi. Guardie e soldati che ci hanno costretto a rifugiarci dentro le scuole. Non abbiamo ceduto finché non si sono ritirati. Rivendicavamo il diritto di parlare in sardo nelle scuole e chiedevano di avere delle guardie sarde e non mercenari avanzi di galera venuti dal continente e pronti anche ad uccidere.»
Matteo ascoltava affascinato il ragazzo.
«Ora siamo in tanti in prigione, ma molti di noi sono ancora fuori e vanno nelle campagne a dire ai pastori e ai contadini le cose come stanno. E voi quando sarete fuori verrete con noi e insieme respingeremo i militari e i padroni sabaudi.»
I ragazzi ascoltarono in silenzio quella che fu una vera e propria lezione politica dello studente prigioniero. E in silenzio approvarono.
Il giorno del colloquio lo studente ricevette libri e quaderni. Matteo gli stette molto vicino osservandolo mentre scriveva e leggeva.
«Se anch'io avessi saputo scrivere avrei inviato una lettera a Michela...» disse Matteo al compagno.
«Chi è Michela?»
«È la mia fidanzata, presto ci sposeremo...»
«Imparerai a scrivere presto, in pochi giorni riuscirai a comporre il tuo e il suo nome.»

Matteo fu ben felice di cominciare a scrivere le sue prime sillabe guidato dalla pazienza e dalla bravura di quel giovane studente ribelle. Impararono a leggere e a scrivere anche gli altri compagni di cella.

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