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Ritorneremo. Di Lorenzo Maresu

Pubblichiamo a puntate la storia di due innamorati nella Sardegna del 700

| di Lorenzo Maresu
| Categoria: Storia
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"Contadini in siesta", Saint-Rémy 1890

Dopo la pubblicazione di un estratto del libro "Ritorneremo" pubblichiamo a puntate la storia tramandata oralmente e scritta su un quaderno da Lorenzo Maresu di Banari.


1) Ricchezza e povertà

Nel 1760 Don Pedru, figlio di un ufficiale dell’esercito sabaudo, prese per sposa Donna Maria, figlia unica di un nobile sassarese ricchissimo proprietario terriero. Alla morte del padre Donna Maria divenne padrona assoluta di tutti quei beni e in questo modo Don Pedru controllava a suo agio il grande patrimonio che si estendeva dalle campagne della Nurra, sino a Monte Zirra. Una decina di famiglie di contadini e pastori, che abitavano in misere casupole come misera era la loro esistenza, lavoravano una parte delle terre affittate da Don Pedru, tranne la parte migliore, che era riservata ai suoi allevamenti di bovini. I cinque o sei suoi servi e uomini di fiducia che controllavano quelle terre imponevano agli affittuari le ferree regole stabilite. A fine raccolto dovevano consegnare più della metà del grano e dei cereali. Con la lana e il formaggio i pastori pagavano gli affitti dei pascoli. Queste genti dovevano pagare anche le tasse allo Stato e alla Curia, cosicché, dopo un anno di lavoro, rimanevano l’umiliazione e la miseria tramandate da secoli. Ma non veniva a mancare il coraggio e la speranza di dare una vita migliore ai loro figli attraverso le promesse che si facevano di generazione in generazione e che, raccontate di fronte al fuoco nelle sere d’inverno, ricordavano quelle che una donna sarda che si chiamava Eleonora d’Arborea, per la prima volta al mondo, propose nei suoi giudicati: dare la terra a chi la lavorava. Una promessa che rimaneva speranza nei cuori dei contadini e dei pastori sardi che la raccontavano ancora nelle loro povere casette. Anche in quella più povera, quella di zia Usanna, madre di Peppe e Michela, due ragazzi rimasti orfani del loro padre. Zia Usanna faceva di tutto per renderli felici, riuscendoci. Li incoraggiava, e insieme facevano tanti progetti.
«Quando sarò grande comprerò i buoi, l’aratro e semineremo il grano, così la terra sarà nostra e Don Pedru non verrà più a casa per portare via il formaggio per l’affitto del terreno.»
Peppe amava ripeterlo alla madre prima di andare con la sorella a far pascolare le pecore
«Si Peppe, compreremo i buoi e anche il cavallo quando sarai più grande. Ora vai con Michela e fate attenzione che le pecore non entrino nel pascolo di Don Pedru. Lo sai, ci fa pagare il danno.»
«Va bene, facciamo attenzione, stai tranquilla...», rispose lui con tanto amore.
Anche Michela amava infondere fiducia e serenità nella famiglia.
«Andiamo Peppe, tu passa dietro le pecore e fai attenzione alle spine, io accompagno i maiali e le capre al boschetto, ho le scarpe e le spine non mi pungono!».  «Si Michela, ma dopo vieni alla fontana. C’è anche Matteo, mangeremo insieme.»
Matteo era il figlio del pastore con il terreno confinante a quello di zia Usanna. I ragazzi stavano sempre insieme e facevano attenzione ai loro piccoli greggi: quattro capre, due maiali e quindici pecore per Peppe e Michela. Una ventina quelle di Matteo. Discutevano spesso e facevano tanti progetti: il loro sogno era quello di avere molte pecore, buoi e cavalli. Esattamente come i loro padri quando avevano la loro età.
Matteo aveva quindici anni e Michela presto quattordici. Cominciavano a guardarsi e delle volte, camminando, si prendevano per mano. Le loro madri dicevano che si sarebbero sposati.
Dai primi di giugno le pecore cominciavano a cercare l’ombra nelle ore più calde. Anche i pastorelli se la godevano, alternando quei momenti al gioco, divertendosi vicino alla fontana e ai ruscelli. I genitori nel frattempo si davano da fare nei campi seminando grano e cereali destinati alle provviste o alla vendita per poter comprare scarpe e abbigliamento per l’inverno.
Zia Usanna faceva un pò di grano in un piccolo orto dove piantava anche fagioli e pomodori. Due mezze giornate a settimana era obbligata ad andare a fare lavori in casa di Don Pedru: quelle ore venivano trattenute per pagare l’affitto del terreno e quindi non vedeva un centesimo dal suo lavoro. Ma Donna Maria si fidava solo di lei per lavare e stirare la biancheria.
La sera, come per riprendersi il diritto alla gioia dopo il duro lavoro, provava piacere a guardare i figli che crescevano. Michela era già una signorina. Molto laboriosa se la sbrigava in tutti i lavori ed era un gran sollievo per zia Usanna.

Continua

Lorenzo Maresu

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